“Curo e coltivo i miei odi con l’accanimento e la devozione d’un giardiniere tenace e appassionato. Li rimedito e li rivivo, scandendo al ralenti tutti i passaggi, indugiando su dettagli e frammenti. Non ce n’è uno che va scartato. Sono tutti fondanti, tutti necessari. Il timore è che la dannatio memoriae possa cancellare, per discrezione o sciatteria, questo o quel frammento del passato, questo o quel particolare: se ciò avvenisse, l’amara felicità dell’astio, che non sa, né vuole dimenticare, e la gioia ontologicamente postuma del risentimento, sarebbero irrimediabilmente guastati. I miei odi e i miei risentimenti, con il passare degli anni, invece di attenuarsi e stiepidirsi, diventano sempre più convulsi e irredimibili. E’ una specie di capitale morale che conservo gelosamente. Poi, per far aggallare tutto l’odio che cova dentro, mi basta rivedere o sfiorare chi m’ha offeso, anche se in un tempo lontano. Lontano per lui, non certo per me. Come in un racconto di Kafka, sono il malato che protegge e conserva la piaga e la ferita. Sono Filottete che custodisce con voluttà malsana il puzzo nauseabondo della sua piaga. Mi dicono: dimentica e perdona, quel che è stato è stato. Farlo, per me, sarebbe come rinunciare a ogni principio etico, sarebbe come abdicare a una specie di ineludibile umanesimo integrale.”
Linnio Accorroni – 69 Posizioni – Ed. Cattedrale

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